
Chi per la prima volta si reca in questo piccolo centro abitato, a pochi
Km dall’Aquila, di certo ne scorge un fascino inaspettato ed un senso di
serenità proprio dei piccoli borghi arroccati sulle montagne abruzzesi:
eppure qui c’è qualcosa di più a trasmettere, nella ricchezza storico ed
artistica gelosamente serbata per secoli, il senso mistico della vita.
continua...
la natura

In un’area molto ristretta si rincorrono infatti secoli di archeologia,
arte, architettura, miti e leggende, illustri e santi personaggi che
hanno caratterizzato la storia e la cultura di un cosi piccolo centro
urbano.
continua...
l’architettura

Partendo dall’archeologia ci perdiamo nei riti
ancestrali dei nostri antenati iniziando con la scoperta di alcuni
menhir situati nei pressi dell’abbazia di Santo Spirito ( sec. XIII ) ad
est del paese ed ancora sulle pendici del Monte Ocre mentre sulla
pianura sottostante si erge la necropoli di Fossa che incorpora tombe
risalenti dal X sec. a.C. fino al I sec d.C.
continua...
la cultura

Le tombe più antiche sono risalenti e vennero
utilizzate dal popolo italico dei Vestini che abitò anche questi luoghi
: nelle loro tombe è rinvenuto tutto ciò che occorre per comprendere il
loro stile di vita ( pugnali, gioielli, fibule, calici, brocche etc )
che, cosi come avveniva in tutte le antiche popolazioni, era
fondamentalmente legato al culto dell’aldilà poiché allo spirito ed alle
leggi della natura veniva attribuito ogni significato dell’esistenza
umana.
continua...
l'archeologia

Dopo l’anno mille si insediarono ad est della
montagna nell’abbazia di Santo Spirito D’Ocre i monaci Cistercensi che
realizzarono a Fossa uno tra i gioielli dell’arte medievale abruzzese:
la Chiesa di Santa Maria ad Cryptas che ancor oggi con la sua
architettura di gusto gotico ed i suoi due cicli affrescati , del XIII e
XIV sec. , trasmette il messaggio austero della religiosità medievale.
continua...
l'arte

Di egual splendore il
convento di Sant’ Angelo D’Ocre (territorialmente fossolano) si erge a
mo’ di meteora greca su di un costolone roccioso a strapiombo sulla
vallata: la solitudine del luogo, la modestia della regola francescana
che lo abita,la sobrietà delle architetture, la delicatezza degli
apparati decorativi originali e infine la purezza delle spoglie di tre
Santi in esso conservate rendono questo luogo un’ icona della misticità
abruzzese.
continua...
la spiritualità

Ed infine il paese nella
parte antica con i suoi vicoli avviluppati tra le case, le arcate
medievali, i palazzetti quattrocenteschi, le piazzette ciottolate, la
mestizia del silenzio invernale e la pace delle calde giornate estive,
la montagna che lo incastona a sé da secoli, il torrione medievale, gli
affreschi lungo le pareti esterne.
continua...
il
borgo

la ricca Chiesa
Parrocchiale settecentesca con il suo pregiatissimo soffitto a
cassettoni, la casa del Beato Bernardino, giurista e predicatore del XV
sec., e quella di San Cesidio, martire in Cina agli inizi del secolo
scorso, e su tutto la dominazione oltre la valle della catena del Gran
Sasso, nella sua pacata possanza: per chi sa coglierla qui esiste in
ogni particolare davvero una pace incontaminata.
continua...
la bellezza
|
LA
NECROPOLI
DI
FOSSA

L’antichissima area sepolcrale rinvenuta all’inizio degli anni Novanta
nella piana alluvionale antistante il centro abitato odierno ( la
distanza in linea d’aria è di Km 2), nella zona compresa tra le località
Casale e Cave di Pietra, non è solo una delle realtà archeologiche più
importanti del territorio aquilano, ma anche un’ evidenza culturale di
risonanza nazionale, grazie alle peculiarità delle sepolture in essa
contenute e alla ricchezza dei corredi rinvenuti al loro interno:
splendide testimonianze di cultura materiale del popolo che visse in
passato in queste contrade.
Il ritorno alla luce di questa necropoli è avvenuto in maniera casuale,
nell’estate del 1992, durante la rimozione del terreno per la
realizzazione di impianti industriali. Così ad una prima fase di
indagine da parte della Soprintendenza Archeologica d’Abruzzo per
verificare la reale entità della scoperta, seguirono importanti campagne
di scavo durante tutti gli anni Novanta ( dal 1995 al 1999), che
permisero al Funzionario di zona della Soprintendenza, il Dott. Vincenzo
D’Ercole, di riscoprire una
delle più monumentali necropoli note fino ad oggi nell’area
centro-meridionale d’Italia.

La necropoli di Fossa ebbe una continuità di frequentazione di quasi
mille anni, dal IX al I sec. a. C., e sono state rivenute anche tracce
di precedenti frequentazioni della zona (media età del Bronzo) nelle
vicinanze dell’area cimiteriale. Attraverso la sua lunga storia gli
archeologi sono stati in grado di ricostruire le
varie fasi di esistenza della comunità
che la utilizzò per tutto questo tempo, comunità che si inquadra
in maniera lineare e coerente con l’etnia che le fonti storiche in
generale ci dicono abitante di questi territori dall’ età protostorica
fino alla Romanizzazione e che conosciamo anche grazie ad altri
importanti siti funerari presenti a Bazzano, Poggio Picenze o Capestrano;
proprio i Romani in età storica chiameranno “Vestini”
questi uomini, e ancora oggi il termine riaffiora in più parti della
toponomastica locale, a testimonianza della relazione che lega questa
regione al suo passato.

L’area indagata nelle campagne di scavo corrisponde a mq 3500, e al suo
interno le tombe scavate sono circa 500;
le tombe rinvenute appartengono a diverse tipologie fondamentali:
tumuli, fosse semplici, fosse con cassone ligneo, tombe a camera, tombe
a incinerazione e sepolture infantili all’interno di coppi laterizi. In
molti casi queste tipologie sepolcrali sono peculiari di un determinato
periodo di frequentazione, ed è dunque possibile stabilire una relazione
tra esse e i tipi di corredo presenti al loro interno, anch’essi
differenti a seconda delle fasi d’utilizzo della necropoli.
PRIMA FASE: L’ETA’ DEL FERRO (IX-VIII secolo a. C.)
I primi due secoli (IX e VIII secolo a. C.) sono caratterizzati dall’
architettura sepolcrale dei tumuli, oltre che da semplici sepolture a
“fossa terragna”, cioè fosse lunghe e strette scavate nel terreno.

I tumuli (si veda fig. 1) sono realizzati con cospicui ammassi di terra
e sassi, a volte ricoperti da
uno strato di pietrame; hanno un diametro medio compreso tra otto
e quindici metri, e sono racchiusi da una “corona” di lastre
infisse orizzontalmente nel terreno (definita tecnicamente “crepidine”).
Rispetto alla media, spicca la tomba 300 con i suoi diciotto metri di
diametro. Nel caso delle sepolture monumentali pertinenti agli uomini,
alla crepidine che circondava i tumuli si associava un allineamento di
pietre lunghe e strette, veri e propri menhir, infisse anch’esse
nel terreno, in numero variabile e di dimensioni differenti, disposte in
maniera decrescente dall’interno verso l’esterno. La stele più vicina al
tumulo era inclinata verso di esso, appoggiata alle pietre di
marginatura.

Cosa possono rappresentare questi particolari
segni che si trovano in corrispondenza delle tombe monumentali? Le
ipotesi sono tante e differenti.
è ipotizzabile che avessero una funzione astronomica-calendariale,
anche se ancora non è possibile dire di più su questa supposizione[1].
L’interpretazione più suggestiva (ma non per
questo accettabile senza ulteriori dubbi) le considererebbe come una
sintesi allegorica della vita umana, rappresentata nei suoi primi anni
dalle lastre più piccole e nella sua maturità da quelle più grandi, fino
ad arrivare alla stele reclinata, rivolta verso la deposizione funebre,
che potrebbe rappresentare la morte[2].
All’interno del tumulo si trova la fossa lunga
e stretta (sempre riservata ad un solo individuo),
dove venivano posizionati il
defunto ed il suo apparato di effetti personali; di solito il piano di
deposizione era ricoperto da un cumulo di pietrame, che si poneva dunque
come primo rivestimento per la sepoltura.
é interessante notare
come in molti casi il fondo della fossa venisse coperto da un “letto” di
pietre, che lastricava tutta la parte riservata alla deposizione.

I corredi sono in questi primi secoli realizzati con schemi ricorrenti.
I vasi sono posizionati ai piedi dell’inumato, in alcuni casi in un
“angolino” delimitato da pietre infisse di taglio nel piano di
sepoltura, che formava un ripostiglio. Di solito all’interno di questo
spazio si trova un vaso di grandi dimensioni, dentro il quale si trova
un vasetto più piccolo, una vera e propria tazza-attingitoio (fig. 2).
L’associazione di questi due elementi fa pensare a vasellame usato per
contenere liquidi, e non è da escludere che potessero essere associati a
dei riti religiosi. Assieme ai vasi in ceramica, nelle sepolture più
ricche, si trovavano anche vasi in bronzo, differenziati a seconda del
sesso dei defunti: nelle tombe maschili erano frequenti i lebeti, bacili
utilizzati per la cottura e il consumo della carne, mentre in quelle
femminili si trovavano tazzine in lamina sottile, con il manico
rialzato. Il prestigio di questo vasellame, sempre più diffuso nelle
tombe di VIII secolo, era dovuto alla quasi sicura provenienza esterna,
probabilmente etrusca o picena; i bacili e le tazzine sarebbero dunque
beni di importazione, destinati solo agli individui più importanti della
comunità.

Altri elementi che distinguevano gli uomini dalle donne erano gli
oggetti che si trovavano nelle diverse
parti del letto di deposizione: rasoi e armi per gli uomini,
gioielli in diversi materiali per le donne. I rasoi sono, nelle
sepolture più antiche, di forma rettangolare, e poi assumono la forma
semilunata, mentre le armi più frequenti sono spade corte in ferro
inguainate in un fodero in lamina di bronzo o in materiale organico
(legno oppure cuoio) decorato con parti in bronzo.
La ricchezza e la raffinatezza della cultura materiale della comunità
che utilizzava questa necropoli è manifesta soprattutto negli oggetti
che abbellivano le tombe femminili. Spiccano in modo particolare i
gioielli, come ad esempio le collane, realizzate con vaghi in bronzo
alternati ad altri in pasta vitrea, oppure le fibule (spilloni
utilizzati per fermare le vesti), per lo più in bronzo (fig. 3), ma a
volte decorate da inserzioni in osso. Altri importanti oggetti di
corredo femminile erano i cinturoni caratterizzati da placche
quadrangolari in bronzo e posizionati a mo’ di stola sul corpo delle
defunte (fig. 4).
SECONDA FASE: L’ ETÀ
ORIENTALIZZANTE E ARCAICA (VIII-VI SEC. a. C.)
Durante
questo periodo persiste l’uso di realizzare tombe a tumulo, anche se le
dimensioni si riducono ad un diametro costante di m 4 e non si usano più
le file di menhir allineati su un fianco della crepidine. Assieme ai
tumuli si trovano anche le semplici tombe a fossa; in alcuni casi è
attestato l’uso di un tronco d’albero usato come sarcofago.
Sono ancora una volta i corredi a definire il periodo in questione e le
sue caratteristiche culturali. Nelle tombe maschili continua l’abitudine
di deporre le armi: la panoplia (ovvero l’insieme delle armi di
proprietà di un guerriero) è solitamente composta da un pugnale corto
con manico a quattro antenne in ferro, una coppia di lance (di cui
rimangono sempre le cuspidi e i puntali posteriori, detti sauroteres),
una mazza ferrata da usare come arma da percussione negli scontri
ravvicinati ed un coltello
a lama semilunata. La tomba 118 ha
restituito una coppia di dischi-corazza da applicare sul torace come una
primitiva forma di protezione del busto (sono anche chiamati
kardiophylakes, “protettori
del cuore” fig. 5), elementi che, in questa fattura, si rinvengono anche
nella vicina necropoli vestina di Bazzano e che possono essere
assimilati a quelli che indossa sul petto il celeberrimo Guerriero di
Capestrano. In questo contesto
sono l’unico esempio di arma da difesa, non si trovano infatti altri
esemplari di dischi-corazza o scudi o elmi.
Continuano a trovarsi grandi contenitori (olle soprattutto) associati a
tazzine-attingitoio, che nelle forme e nell’impasto presentano una
leggera evoluzione rispetto alla tradizione della tarda età del Ferro.
Assieme alla ceramica locale però si iniziano a trovare vasi di
importazione (etrusca soprattutto), vero segno del benessere raggiunto
dagli elementi di spicco di questa comunità. In questo senso vanno
almeno menzionati gli splendidi vasi in bucchero (la ceramica etrusca di
colore nero, ad impasto fine, caratterizzata da eleganti forme e
decorazioni, che caratterizza tutto il VII secolo a. C. nell’Italia
tirrenica; si veda fig. 6): anfore, brocche, tazze a vasca profonda (skyphoi),
calici ad alto e basso piede. Dopo il bucchero, dal versante tirrenico,
arriva anche un altro tipo di ceramica, ovvero quella etrusco-corinzia,
dal colore piuttosto chiaro, dipinta a fasce e motivi vegetali o
zoomorfi, che gli etruschi iniziano a produrre dalla fine del VII -
inizi VI secolo su imitazione della grande tradizione che proviene da
Corinto, in questo periodo la più importante protagonista dei traffici
marittimi tra tutte le città della Grecia (fig. 7). Caratteristiche
forme di questa categoria di vasellame sono le kylikes (coppe), i piatti
e gli aryballoi (brocchette dal corpo globulare usate soprattutto come
contenitori di essenze e profumi), che qui a Fossa troviamo nelle tombe
della prima metà del VI sec. a. C. (ad esempio nelle tombe 66, 215, 400
o 429).
Continua il costume di deporre i cinturoni con placche in bronzo nelle
tombe femminili, assieme a pendagli di
varie forme e dimensioni, bracciali (armillae),
anelli digitali.
Con il VI secolo sparisce l’uso di tombe a tumulo e si ha la definitiva
affermazione della tomba a fossa semplice. Il fatto che non si trovino
più tumuli in età arcaica rientra pienamente nella tendenza di ridurre
progressivamente la monumentalità dei sepolcri: a Fossa c’è una costante
riduzione della volontà di monumentalizzazione nel corso dei secoli.
Tuttavia in età arcaica la differenziazione sociale è maggiormente
riscontrabile nel corredo, che può essere arricchito dagli splendidi
elementi sopra citati (vasellame e gioielli) così come può presentarsi
come estremamente povero.
L’arma che viene introdotta in questo periodo è la spada a lama lunga,
con elsa a croce, usata per vibrare fendenti contro l’ avversario (fig.
8).
Una ulteriore novità legata a questa fase della necropoli riguarda le
sepolture neonatali: l’area fino ad oggi esplorata della necropoli di
Fossa ha restituito un’altissima
percentuale di sepolture infantili (circa duecento). Tra queste a
maggior parte sono a coppi laterizi: i neonati venivano adagiati in un
coppo e coperti con un altro (fig. 9), quindi erano posizionati in
piccole fosse. Il corredo in questi casi è quasi sempre assente, oppure
consiste in un singolo elemento (come nel caso della tomba 476, che ha
una fibula ai piedi del bimbo inumato). La prassi di seppellire i
neonati nei coppi perdurerà per tutte le fasi di frequentazione della
necropoli.
TERZA FASE: L’ETà ELLENISTICA (iv
- ii SEC. a. c.)
La frequentazione della necropoli, in questo periodo, permette di
comprendere alcuni importanti aspetti sociali della comunità vestina che
viveva a Fossa; infatti la diversità delle tipologie sepolcrali è sempre
più percepibile, tanto da far pensare a profonde stratificazioni
sociali.

Di questa fase sono le tombe a camera, le tombe a cassone
litico (costruite con lastre di pietra come pareti), le tombe a cassone
ligneo (che individuiamo grazie alla presenza di elementi in ferro agli
angoli della fossa, fasce angolari di metallo che servivano a rinforzare
la cassa in legno, oggi completamente scomparsa), le tombe a segnacolo
monumentale, le tombe a
fossa semplice e le sepolture neonatali nei coppi. Spiccano in modo
particolare le tombe a camera (fig. 10), ipogee, a pianta quadrangolare,
alle quali si accedeva mediante un
dromos (corridoio). Esse
erano dei sepolcri di famiglia, poiché vi troviamo più di un defunto;
erano dunque aperte ogni volta che dovevano ospitare un nuovo individuo.

Assieme alle tipologie sepolcrali anche i corredi ci dicono qualcosa di
importante: si diffonde in questo periodo un tipo di ceramica che si può
definire a produzione “industriale”, ovvero la ceramica a vernice nera,
ampiamente attestata nel resto d’ Italia oltre che in altri siti del
Mediterraneo, segno del fatto che anche qui si inizia a preferire questa
produzione a quella locale. Anche se i corredi in questo periodo tendono
a semplificarsi (spariscono ad esempio le armi nelle tombe maschili), in
alcune tombe a camera sono state rinvenuti oggetti di splendida fattura,
testimonianza della raffinatezza raggiunta in questo periodo dalla
cultura vestina. Stiamo parlando prima di tutto dei letti funebri con
decorazioni in placche d’osso (fig. 11), importantissime testimonianze
archeologiche, utili per comprendere il senso artistico e il linguaggio
figurativo delle popolazioni abruzzesi durante l’età ellenistica.

Assieme ai letti, infine, vanno menzionati pendagli in pasta vitrea di
provenienza punica (trovati anche a Bazzano, fig. 12), le pedine e i
dadi da gioco, oggetti d’uso quotidiano di un popolo ormai raffinato e
sempre più aperto alla comunicazione con altre culture del Mediterraneo.

Con l’ultimo secolo (il I a. C.) si diffonde l’uso dell’incinerazione
accanto a quello dell’inumazione; le ceneri del defunto vengono deposte
all’interno di un’olla coperta da una pietra piatta o – più raramente –
da un coperchio in ceramica. Con questa fase sparisce anche la
consuetudine di deporre oggetti di corredo. E’ questo il momento in cui
si percepisce ormai la definitiva assimilazione al contemporaneo costume
funerario romano.
La necropoli di Fossa è la testimonianza più eloquente della storia
antica di queste contrade, delle vicissitudini e delle peculiarità
culturali di un popolo di montagna che seppe aprirsi al confronto con
altre etnie dell’Italia preromana.
Lorenzo Di Domenicantonio
[1] E’
la tesi che il dott. d’Ercole, seppur con le dovute cautele,
sembra prediligere nelle varie pubblicazioni sull’argomento (si
veda ad esempio d’Ercole 1998).
[2]
Della seguente tesi si parla ad esempio in Cosentino –Mieli
METTERE ANNO DI PUBBLICAZ.

Fig. 1 – Ricostruzione dei
tumuli dell’ età del Ferro

Fig. 2 – olla e tazzina-attingitoio

Fig. 3 – fibule

Fig. 4 – cinturone con placche in bronzo

Fig. 5 – dischi-corazza

Fig. 6 – vasi in bucchero

Fig. 7 – oinochoe (brocca) etrusco-corinzia
Fig. 8 – disegno ricostruttivo di spada e lancia
Fig. 12 – pendaglio con testina in pasta vitrea
AVEIA NEI VESTINI
Cenni storici e considerazioni
Non è facile scrivere di Aveia, antica colonia romana situata nella
piana aquilana, nelle terre antistanti il Monte Circolo e l’odierno
abitato di Fossa; non è facile perché oggi non resta che qualche
sporadica testimonianza della sua presenza nel territorio e perché non è
mai stata cercata e riportata alla luce in maniera sistematica come è
successo per altre importanti città romane dell’entroterra abruzzese,
come Alba Fucens o
Peltuinum ad esempio.
Chi si inoltra nell’impresa di cercare la sua presenza nella storia
antica di questi luoghi non ne individuerà le strade principali, i
quartieri abitativi, le botteghe artigianali, il foro o i templi, ma, se
mosso da instancabile sete di conoscenza, riuscirà comunque a scoprirne
suggestive tracce nascoste nel fitto dei boschi o al riparo di grotte
scavate sul fianco della montagna che doveva sovrastarla, il già citato
Monte Circolo. Se avrà poi la pazienza di consultare qualche scritto di
emeriti studiosi di storia locale, scoprirà che
L’Aveia (così come è
affettuosamente chiamata dai suoi “discendenti”) è presente in fonti
antiche e altomedievali, in epigrafi come nelle agiografie che
esaltarono le virtù di S. Massimo, il
martire che qui perse la vita nel suo estremo atto di fede.

Aveia nei Vestini riemerge dall’anonimato e trova una sua esatta
collocazione topografica grazie all’ impeccabile lavoro filologico e
storico-epigrafico dell’Abate Vito Maria Giovenazzi, insigne antichista
tout court (fu filologo,
archeologo, studioso di epigrafia romana, in definitiva eccellente
umanista); la sua opera, Della città di Aveia ne’ Vestini ed altri luoghi di antica memoria,
edito nel 1773, è il primo e più importante studio sulla esatta
collocazione dell’antica città e ancora oggi un insostituibile strumento
per chiunque voglia approfondirne la conoscenza.
E’ forse inopportuno dilungarsi su tutti i passaggi del ragionamento che
portò l’Abate alle sue deduzioni, ma è comunque fondamentale citarne
alcune intuizioni, proprio per avere delle certezze sull’esistenza di
Aveia, sulla sua posizione topografica e su alcuni aspetti della sua
vita civile.
Tutto partì dal ritrovamento di due iscrizioni epigrafiche dedicate a
Sallio Proculo (oggi riportate nel
Corpus Inscriptionum Latinarum, Vol. IX, nn. 4206, 4207) definito
come Patronus Aveiatium Vestinorum,
che portarono il Giovenazzi a cercare le testimonianze archeologiche del
popolo citato nelle iscrizioni; attraverso il confronto con strumenti
storiografici e topografici antichi come la Tabula
Peutingeriana e il
Chronicon Vulturnense, oltre
che individuando ruderi architettonici indiscutibilmente “romani”, parve
inopinabile il fatto che il luogo in cui fu fondata l’antica Aveia nei
Vestini si trovasse proprio in prossimità dell’odierno abitato di Fossa.
Certo è che la città non sorse in un territorio precedentemente
disabitato; l’arrivo di Roma non
è altro che la trasformazione del modo di occupare e sfruttare lo
spazio, bonificando il territorio attraverso le centuriazioni, creando
un unico grande agglomerato coloniale che fosse il centro amministrativo
del comprensorio, e cospargendo l’ager circostante di piccoli villaggi
denominati vici e
pagi.

Le scoperte
archeologiche avvenute negli ultimi decenni testimoniano, attraverso la
presenza di una vera e propria “costellazione” di aree cimiteriali
protostoriche in tutta la conca aquilana e anche più a sud (da Bazzano a
Fossa, da Poggio Picenze a Capestrano), che queste contrade erano
densamente abitate già nell’età del Bronzo finale e nell’età del Ferro,
quindi dal secondo millennio a. C.. Mancano purtroppo informazioni più
approfondite sulle modalità di stanziamento delle genti che vissero qui
nella fase protostorica. Nel
caso del territorio in cui nascerà Aveia, si possono immaginare dei
piccoli nuclei abitativi posizionati su alture strategiche, come quello
testimoniato su Monte Cerro, che sopravvivono più o meno indenni fino
all’arrivo dei Romani, nel IV-III secolo a. C.. Il contatto tra i
Vestini, gli storici abitanti delle vallate dell’aquilano, e i Romani fu
inizialmente traumatico: sappiamo dalle fonti storiografiche che i
Vestini furono avversi a Roma nella seconda guerra sannitica (326-
304 a. C.) e con la capitolazione delle forze
sannitiche antiromane anche essi dovettero arrendersi. Dalla resa in poi
inizia il processori romanizzazione, lento e ricco di conflitti.
Senza conoscere esattamente la data di fondazione della città si può
comunque supporre che essa avvenne in questo periodo. Fu dapprima
Praefectura, dunque governata direttamente da Roma e sottomessa all’
autorità di un Praefectus iure
dicundo, funzionario dell’Urbe che
concedeva agli Aediles,
autorità locali, solo funzioni di poca importanza. Forse ottenne la
condizione di Municipium in
età imperiale.
In età tardo-antica (dal III sec. d. C.), con la penetrazione del
Cristianesimo, la comunità ecclesiastica di Aveia divenne sede
episcopale; si conosce il nome di uno solo dei suoi vescovi, ovvero
Gaudenzio, che partecipò al Sinodo Romano del 465, sotto papa Ilaro. Ma
prima ancora di questo periodo gli
Acta Sanctorum parlano del martirio di S. Massimo Levita e Martire,
che forse fu originario di qui; durante la persecuzione anticristiana di
Decio fu fatto precipitare dalla sommità del Monte Circolo, nella notte
del 19 ottobre del 250 d. C.
La formazione di una comunità cristiana così attiva e la presenza di
personaggi così autorevoli nella lotta al paganesimo fanno capire che
Aveia in questo momento è diventata una città importante e perfettamente
calata nelle dinamiche storico-culturali del suo tempo.
Dal VI secolo in poi la città sparisce completamente dalla storia,
cadendo distrutta dall’ invasione longobarda; la ferocia di questo
drammatico evento cancellò letteralmente Aveia dal suo territorio, e
perfino la sede vescovile e le reliquie di S. Massimo furono trasferite
nella vicina cattedrale di Forcona.
Il territorio
Il territorio di Aveia doveva estendersi tra Fossa, S. Demetrio nei
Vestini, S. Eusanio Forconese, Ocre e Bagno (molti di questi nacquero
come centri rurali del contado aveiate); era così sfruttato il cuore
della conca aquilana, zona acquitrinosa ma, se bonificata dalle
efficienti tecniche dell’agronomia romana, in grado di diventare
territorio assai fertile; e proprio l’agricoltura doveva essere la
risorsa principale di Aveia, che non aveva i presupposti strategici per
essere un centro di origine militare come ad esempio Amiternum.
D’altronde gli aspetti che si conoscono della sua vita religiosa non
fanno che confermare tale vocazione.
Il contatto con gli altri centri romanizzati del territorio,
appartenenti ai comprensori dei Sabini e dei Marsi, era garantito dal
passaggio della vicina via Claudia
Nova, l’arteria che in seguito al rifacimento voluto dall’imperatore
Claudio nel 47 d. C. divenne la
via di comunicazione più importante in queste vallate pedemontane. Ad
essa probabilmente la città fu collegata tramite un braccio stradale che
oggi non è più individuabile. Un’altra via, partendo da Paganica,
attraversava Aveia e raggiungeva la conca superequana fino a
Stabulae, dove si
ricongiungeva con la via Claudia Valeria. Da ciò si comprende che questo
fu un centro dall’ottima posizione strategica; la posizione, assieme ad
una ricca economia agricola, hanno sicuramente reso Aveia una città
vitale dal punto di vista commerciale.
IL MITREO

La cultura orientalizzante che pervase
la Roma imperiale ci ha lasciato, a testimonianza dei
culti assurti, una piccola grotta artificiale scavata nella viva roccia
e conosciuta come Splelèo Mitraico.
Essa era infatti dedicata al culto del Sole Invitto nelle sembianze di
Elio Apollo ovvero il persiano Dio Mithra.
La spelonca si trova proprio nel centro del monte Circolo e fu scavato
nel 201 d.C. come attestato da una lapide rinvenuta nel 1805 a Fossa e oggi
conservata presso il Museo Nazionale d’Abruzzo nel Castello
Cinquecentesco dell’Aquila.
Il Sole Invitto rappresentava
la versione romana del Dio Mitra che in persiano vuol dire patto,
concordia, inteso tra il
Sole la Terra e l’Uomo.
La sua sede era ricavata in caverne naturali dette mitrei appunto ed
esposte sempre nella direzione del percorso del sole sorgivo quale
simbolo della forza-luce rinascente dopo l’oscurità notturna.
Qualora non esistessero grotte naturali, come nel caso di Fossa, queste
venivano scavate artificialmente nella roccia, perfettamente in asse con
l’equinozio estivo, con tagli grezzi e senza abbellimenti e con l’incavo
sfalzato in modo tale che dall’esterno non fosse in alcun modo visibile
l’interno.
L’idolo, una statuetta o un mosaico nel caso dei più sfarzosi mitrei
della tradizione romana, era conservato quindi internamente e rivolto
pertanto in direzione del solstizio estivo ovvero verso il punto in cui
il sole ha la sua massima forza vitale.
|