La Necropoli Di Fossa
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COMPETENTE SOPRINTENDENZA ARCHEOLOGICA DI L'AQUILA PER AVERE
L'AUTORIZZAZIONE ALL'ACCESSO AL SITO.

L’antichissima area sepolcrale rinvenuta all’inizio
degli anni Novanta nella piana alluvionale antistante il centro abitato odierno
(la distanza in linea d’aria è di Km 2), nella zona compresa tra le località
Casale e Cave di Pietra, non è solo una delle realtà archeologiche più
importanti del territorio aquilano, ma anche un’ evidenza culturale di risonanza
nazionale, grazie alle peculiarità delle sepolture in essa contenute e alla
ricchezza dei corredi rinvenuti al loro interno: splendide testimonianze di
cultura materiale del popolo che visse in passato in queste contrade.
Il ritorno alla luce di questa necropoli è avvenuto in maniera casuale,
nell’estate del 1992, durante la rimozione del terreno per la realizzazione di
impianti industriali. Così ad una prima fase di indagine da parte della
Soprintendenza Archeologica d’Abruzzo per verificare la reale entità della
scoperta, seguirono importanti campagne di scavo durante tutti gli anni Novanta
( dal 1995 al 1999), che permisero al Funzionario di zona della Soprintendenza,
il Dott. Vincenzo D’Ercole, di riscoprire una delle più monumentali necropoli
note fino ad oggi nell’area centro-meridionale d’Italia.

La necropoli di Fossa ebbe una
continuità di frequentazione di quasi mille anni, dal IX al I sec. a. C., e sono
state rivenute anche tracce di precedenti frequentazioni della zona (media età
del Bronzo) nelle vicinanze dell’area cimiteriale. Attraverso la sua lunga
storia gli archeologi sono stati in grado di ricostruire le varie fasi di
esistenza della comunità che la utilizzò per tutto questo tempo, comunità che si
inquadra in maniera lineare e coerente con l’etnia che le fonti storiche in
generale ci dicono abitante di questi territori dall’ età protostorica fino alla
Romanizzazione e che conosciamo anche grazie ad altri importanti siti funerari
presenti a Bazzano, Poggio Picenze o Capestrano; proprio i Romani in età storica
chiameranno “Vestini” questi uomini, e ancora oggi il termine riaffiora in più
parti della toponomastica locale, a testimonianza della relazione che lega
questa regione al suo passato.
L’area indagata nelle campagne di scavo
corrisponde a mq 3500, e al suo interno le tombe scavate sono circa 500; le
tombe rinvenute appartengono a diverse tipologie fondamentali: tumuli, fosse
semplici, fosse con cassone ligneo, tombe a camera, tombe a incinerazione e
sepolture infantili all’interno di coppi laterizi. In molti casi queste
tipologie sepolcrali sono peculiari di un determinato periodo di frequentazione,
ed è dunque possibile stabilire una relazione tra esse e i tipi di corredo
presenti al loro interno, anch’essi differenti a seconda delle fasi d’utilizzo
della necropoli.
PRIMA FASE: L’ETA’ DEL FERRO (IX-VIII secolo a. C.)
I primi
due secoli (IX e VIII secolo a. C.) sono caratterizzati dall’ architettura
sepolcrale dei tumuli, oltre che da semplici sepolture a “fossa terragna”, cioè
fosse lunghe e strette scavate nel terreno.

I tumuli (si veda fig. 1) sono
realizzati con cospicui ammassi di terra e sassi, a volte ricoperti da uno
strato di pietrame; hanno un diametro medio compreso tra otto e quindici metri,
e sono racchiusi da una “corona” di lastre infisse orizzontalmente nel terreno
(definita tecnicamente “crepidine”). Rispetto alla media, spicca la tomba 300
con i suoi diciotto metri di diametro. Nel caso delle sepolture monumentali
pertinenti agli uomini, alla crepidine che circondava i tumuli si associava un
allineamento di pietre lunghe e strette, veri e propri menhir, infisse anch’esse
nel terreno, in numero variabile e di dimensioni differenti, disposte in maniera
decrescente dall’interno verso l’esterno. La stele più vicina al tumulo era
inclinata verso di esso, appoggiata alle pietre di marginatura.

Cosa possono rappresentare questi particolari segni che si trovano in
corrispondenza delle tombe monumentali? Le ipotesi sono tante e differenti. è
ipotizzabile che avessero una funzione astronomica-calendariale, anche se ancora
non è possibile dire di più su questa supposizione[1]. L’interpretazione più
suggestiva (ma non per questo accettabile senza ulteriori dubbi) le
considererebbe come una sintesi allegorica della vita umana, rappresentata nei
suoi primi anni dalle lastre più piccole e nella sua maturità da quelle più
grandi, fino ad arrivare alla stele reclinata, rivolta verso la deposizione
funebre, che potrebbe rappresentare la morte[2]. All’interno del tumulo si trova
la fossa lunga e stretta (sempre riservata ad un solo individuo), dove venivano
posizionati il defunto ed il suo apparato di effetti personali; di solito il
piano di deposizione era ricoperto da un cumulo di pietrame, che si poneva
dunque come primo rivestimento per la sepoltura. é interessante notare come in
molti casi il fondo della fossa venisse coperto da un “letto” di pietre, che
lastricava tutta la parte riservata alla deposizione.

I corredi sono in questi primi secoli realizzati con schemi
ricorrenti. I vasi sono posizionati ai piedi dell’inumato, in alcuni casi in un
“angolino” delimitato da pietre infisse di taglio nel piano di sepoltura, che
formava un ripostiglio. Di solito all’interno di questo spazio si trova un vaso
di grandi dimensioni, dentro il quale si trova un vasetto più piccolo, una vera
e propria tazza-attingitoio (fig. 2). L’associazione di questi due elementi fa
pensare a vasellame usato per contenere liquidi, e non è da escludere che
potessero essere associati a dei riti religiosi. Assieme ai vasi in ceramica,
nelle sepolture più ricche, si trovavano anche vasi in bronzo, differenziati a
seconda del sesso dei defunti: nelle tombe maschili erano frequenti i lebeti,
bacili utilizzati per la cottura e il consumo della carne, mentre in quelle
femminili si trovavano tazzine in lamina sottile, con il manico rialzato. Il
prestigio di questo vasellame, sempre più diffuso nelle tombe di VIII secolo,
era dovuto alla quasi sicura provenienza esterna, probabilmente etrusca o
picena; i bacili e le tazzine sarebbero dunque beni di importazione, destinati
solo agli individui più importanti della comunità.

Altri elementi che
distinguevano gli uomini dalle donne erano gli oggetti che si trovavano nelle
diverse parti del letto di deposizione: rasoi e armi per gli uomini, gioielli in
diversi materiali per le donne. I rasoi sono, nelle sepolture più antiche, di
forma rettangolare, e poi assumono la forma semilunata, mentre le armi più
frequenti sono spade corte in ferro inguainate in un fodero in lamina di bronzo
o in materiale organico (legno oppure cuoio) decorato con parti in bronzo. La
ricchezza e la raffinatezza della cultura materiale della comunità che
utilizzava questa necropoli è manifesta soprattutto negli oggetti che
abbellivano le tombe femminili. Spiccano in modo particolare i gioielli, come ad
esempio le collane, realizzate con vaghi in bronzo alternati ad altri in pasta
vitrea, oppure le fibule (spilloni utilizzati per fermare le vesti), per lo più
in bronzo (fig. 3), ma a volte decorate da inserzioni in osso. Altri importanti
oggetti di corredo femminile erano i cinturoni caratterizzati da placche
quadrangolari in bronzo e posizionati a mo’ di stola sul corpo delle defunte
(fig. 4).
SECONDA FASE: L’ ETÀ ORIENTALIZZANTE E ARCAICA (VIII-VI SEC. a. C.)
Durante questo periodo persiste l’uso di realizzare tombe a tumulo, anche se le
dimensioni si riducono ad un diametro costante di m 4 e non si usano più le file
di menhir allineati su un fianco della crepidine. Assieme ai tumuli si trovano
anche le semplici tombe a fossa; in alcuni casi è attestato l’uso di un tronco
d’albero usato come sarcofago.
Sono ancora una volta i corredi a definire il
periodo in questione e le sue caratteristiche culturali. Nelle tombe maschili
continua l’abitudine di deporre le armi: la panoplia (ovvero l’insieme delle
armi di proprietà di un guerriero) è solitamente composta da un pugnale corto
con manico a quattro antenne in ferro, una coppia di lance (di cui rimangono
sempre le cuspidi e i puntali posteriori, detti sauroteres), una mazza ferrata
da usare come arma da percussione negli scontri ravvicinati ed un coltello a
lama semilunata. La tomba 118 ha restituito una coppia di dischi-corazza da
applicare sul torace come una primitiva forma di protezione del busto (sono
anche chiamati kardiophylakes, “protettori del cuore” fig. 5), elementi che, in
questa fattura, si rinvengono anche nella vicina necropoli vestina di Bazzano e
che possono essere assimilati a quelli che indossa sul petto il celeberrimo
Guerriero di Capestrano. In questo contesto sono l’unico esempio di arma da
difesa, non si trovano infatti altri esemplari di dischi-corazza o scudi o elmi.
Continuano a trovarsi grandi contenitori (olle soprattutto) associati a
tazzine-attingitoio, che nelle forme e nell’impasto presentano una leggera
evoluzione rispetto alla tradizione della tarda età del Ferro. Assieme alla
ceramica locale però si iniziano a trovare vasi di importazione (etrusca
soprattutto), vero segno del benessere raggiunto dagli elementi di spicco di
questa comunità. In questo senso vanno almeno menzionati gli splendidi vasi in
bucchero (la ceramica etrusca di colore nero, ad impasto fine, caratterizzata da
eleganti forme e decorazioni, che caratterizza tutto il VII secolo a. C.
nell’Italia tirrenica; si veda fig. 6): anfore, brocche, tazze a vasca profonda
(skyphoi), calici ad alto e basso piede. Dopo il bucchero, dal versante
tirrenico, arriva anche un altro tipo di ceramica, ovvero quella
etrusco-corinzia, dal colore piuttosto chiaro, dipinta a fasce e motivi vegetali
o zoomorfi, che gli etruschi iniziano a produrre dalla fine del VII - inizi VI
secolo su imitazione della grande tradizione che proviene da Corinto, in questo
periodo la più importante protagonista dei traffici marittimi tra tutte le città
della Grecia (fig. 7). Caratteristiche forme di questa categoria di vasellame
sono le kylikes (coppe), i piatti e gli aryballoi (brocchette dal corpo
globulare usate soprattutto come contenitori di essenze e profumi), che qui a
Fossa troviamo nelle tombe della prima metà del VI sec. a. C. (ad esempio nelle
tombe 66, 215, 400 o 429). Continua il costume di deporre i cinturoni con
placche in bronzo nelle tombe femminili, assieme a pendagli di varie forme e
dimensioni, bracciali (armillae), anelli digitali.
Con il VI secolo sparisce
l’uso di tombe a tumulo e si ha la definitiva affermazione della tomba a fossa
semplice. Il fatto che non si trovino più tumuli in età arcaica rientra
pienamente nella tendenza di ridurre progressivamente la monumentalità dei
sepolcri: a Fossa c’è una costante riduzione della volontà di
monumentalizzazione nel corso dei secoli. Tuttavia in età arcaica la
differenziazione sociale è maggiormente riscontrabile nel corredo, che può
essere arricchito dagli splendidi elementi sopra citati (vasellame e gioielli)
così come può presentarsi come estremamente povero. L’arma che viene
introdotta in questo periodo è la spada a lama lunga, con elsa a croce, usata
per vibrare fendenti contro l’ avversario (fig. 8).
Una ulteriore novità legata
a questa fase della necropoli riguarda le sepolture neonatali: l’area fino ad
oggi esplorata della necropoli di Fossa ha restituito un’altissima percentuale
di sepolture infantili (circa duecento). Tra queste a maggior parte sono a coppi
laterizi: i neonati venivano adagiati in un coppo e coperti con un altro (fig.
9), quindi erano posizionati in piccole fosse. Il corredo in questi casi è quasi
sempre assente, oppure consiste in un singolo elemento (come nel caso della
tomba 476, che ha una fibula ai piedi del bimbo inumato). La prassi di
seppellire i neonati nei coppi perdurerà per tutte le fasi di frequentazione
della necropoli.
TERZA FASE: L’ETà ELLENISTICA (iv - ii SEC. a. c.)
La frequentazione della necropoli, in questo periodo, permette di comprendere
alcuni importanti aspetti sociali della comunità vestina che viveva a Fossa;
infatti la diversità delle tipologie sepolcrali è sempre più percepibile, tanto
da far pensare a profonde stratificazioni sociali.

Di questa fase sono le tombe a camera, le tombe a cassone litico (costruite con
lastre di pietra come pareti), le tombe a cassone ligneo (che individuiamo
grazie alla presenza di elementi in ferro agli angoli della fossa, fasce
angolari di metallo che servivano a rinforzare la cassa in legno, oggi
completamente scomparsa), le tombe a segnacolo monumentale, le tombe a fossa
semplice e le sepolture neonatali nei coppi. Spiccano in modo particolare le
tombe a camera (fig. 10), ipogee, a pianta quadrangolare, alle quali si accedeva
mediante un dromos (corridoio). Esse erano dei sepolcri di famiglia, poiché vi
troviamo più di un defunto; erano dunque aperte ogni volta che dovevano ospitare
un nuovo individuo.

Assieme alle tipologie sepolcrali anche i corredi ci dicono qualcosa di
importante: si diffonde in questo periodo un tipo di ceramica che si può
definire a produzione “industriale”, ovvero la ceramica a vernice nera,
ampiamente attestata nel resto d’ Italia oltre che in altri siti del
Mediterraneo, segno del fatto che anche qui si inizia a preferire questa
produzione a quella locale. Anche se i corredi in questo periodo tendono a
semplificarsi (spariscono ad esempio le armi nelle tombe maschili), in alcune
tombe a camera sono state rinvenuti oggetti di splendida fattura, testimonianza
della raffinatezza raggiunta in questo periodo dalla cultura vestina. Stiamo
parlando prima di tutto dei letti funebri con decorazioni in placche d’osso
(fig. 11), importantissime testimonianze archeologiche, utili per comprendere il
senso artistico e il linguaggio figurativo delle popolazioni abruzzesi durante
l’età ellenistica.

Assieme ai letti, infine, vanno menzionati pendagli in pasta vitrea di
provenienza punica (trovati anche a Bazzano, fig. 12), le pedine e i dadi da
gioco, oggetti d’uso quotidiano di un popolo ormai raffinato e sempre più aperto
alla comunicazione con altre culture del Mediterraneo.

Con
l’ultimo secolo (il I a. C.) si diffonde l’uso dell’incinerazione accanto a
quello dell’inumazione; le ceneri del defunto vengono deposte all’interno di
un’olla coperta da una pietra piatta o – più raramente – da un coperchio in
ceramica. Con questa fase sparisce anche la consuetudine di deporre oggetti di
corredo. E’ questo il momento in cui si percepisce ormai la definitiva
assimilazione al contemporaneo costume funerario romano. La necropoli di Fossa è
la testimonianza più eloquente della storia antica di queste contrade, delle
vicissitudini e delle peculiarità culturali di un popolo di montagna che seppe
aprirsi al confronto con altre etnie dell’Italia preromana.
Lorenzo Di
Domenicantonio
[1] E’ la tesi che il dott. d’Ercole, seppur con le dovute
cautele, sembra prediligere nelle varie pubblicazioni sull’argomento (si veda ad
esempio d’Ercole 1998).
[2] Della seguente tesi si parla ad esempio in Cosentino
–Mieli METTERE ANNO DI PUBBLICAZ.

Fig. 1 – Ricostruzione dei tumuli dell’ età del Ferro

Fig. 2 – olla e tazzina-attingitoio

Fig. 3 – fibule

Fig. 4 – cinturone con placche in bronzo

Fig. 5 – dischi-corazza

Fig. 6 – vasi in bucchero

Fig. 7 – oinochoe (brocca) etrusco-corinzia

Fig.
8 – disegno ricostruttivo di spada e lancia

Fig. 12 –
pendaglio con testina in pasta vitrea
AVEIA NEI VESTINI
Cenni storici e considerazioni.
Non è facile scrivere di Aveia, antica colonia
romana situata nella piana aquilana, nelle terre antistanti il Monte Circolo e
l’odierno abitato di Fossa; non è facile perché oggi non resta che qualche
sporadica testimonianza della sua presenza nel territorio e perché non è mai
stata cercata e riportata alla luce in maniera sistematica come è successo per
altre importanti città romane dell’entroterra abruzzese, come Alba Fucens o
Peltuinum ad esempio.
Chi si inoltra nell’impresa di cercare la sua presenza
nella storia antica di questi luoghi non ne individuerà le strade principali, i
quartieri abitativi, le botteghe artigianali, il foro o i templi, ma, se mosso
da instancabile sete di conoscenza, riuscirà comunque a scoprirne suggestive
tracce nascoste nel fitto dei boschi o al riparo di grotte scavate sul fianco
della montagna che doveva sovrastarla, il già citato Monte Circolo. Se avrà poi
la pazienza di consultare qualche scritto di emeriti studiosi di storia locale,
scoprirà che L’Aveia (così come è affettuosamente chiamata dai suoi
“discendenti”) è presente in fonti antiche e altomedievali, in epigrafi come
nelle agiografie che esaltarono le virtù di S. Massimo, il martire che qui perse
la vita nel suo estremo atto di fede.

Aveia nei Vestini riemerge dall’anonimato
e trova una sua esatta collocazione topografica grazie all’ impeccabile lavoro
filologico e storico-epigrafico dell’Abate Vito Maria Giovenazzi, insigne
antichista tout court (fu filologo, archeologo, studioso di epigrafia romana, in
definitiva eccellente umanista); la sua opera, Della città di Aveia ne’ Vestini
ed altri luoghi di antica memoria, edito nel 1773, è il primo e più importante
studio sulla esatta collocazione dell’antica città e ancora oggi un
insostituibile strumento per chiunque voglia approfondirne la conoscenza. E’
forse inopportuno dilungarsi su tutti i passaggi del ragionamento che portò
l’Abate alle sue deduzioni, ma è comunque fondamentale citarne alcune
intuizioni, proprio per avere delle certezze sull’esistenza di Aveia, sulla sua
posizione topografica e su alcuni aspetti della sua vita civile.
Tutto partì dal
ritrovamento di due iscrizioni epigrafiche dedicate a Sallio Proculo (oggi
riportate nel Corpus Inscriptionum Latinarum, Vol. IX, nn. 4206, 4207) definito
come Patronus Aveiatium Vestinorum, che portarono il Giovenazzi a cercare le
testimonianze archeologiche del popolo citato nelle iscrizioni; attraverso il
confronto con strumenti storiografici e topografici antichi come la Tabula
Peutingeriana e il Chronicon Vulturnense, oltre che individuando ruderi
architettonici indiscutibilmente “romani”, parve inopinabile il fatto che il
luogo in cui fu fondata l’antica Aveia nei Vestini si trovasse proprio in
prossimità dell’odierno abitato di Fossa.
Certo è che la città non sorse in
un territorio precedentemente disabitato; l’arrivo di Roma non è altro che la
trasformazione del modo di occupare e sfruttare lo spazio, bonificando il
territorio attraverso le centuriazioni, creando un unico grande agglomerato
coloniale che fosse il centro amministrativo del comprensorio, e cospargendo
l’ager circostante di piccoli villaggi denominati vici e pagi.

Le scoperte
archeologiche avvenute negli ultimi decenni testimoniano, attraverso la presenza
di una vera e propria “costellazione” di aree cimiteriali protostoriche in tutta
la conca aquilana e anche più a sud (da Bazzano a Fossa, da Poggio Picenze a
Capestrano), che queste contrade erano densamente abitate già nell’età del
Bronzo finale e nell’età del Ferro, quindi dal secondo millennio a. C.. Mancano
purtroppo informazioni più approfondite sulle modalità di stanziamento delle
genti che vissero qui nella fase protostorica. Nel caso del territorio in cui
nascerà Aveia, si possono immaginare dei piccoli nuclei abitativi posizionati su
alture strategiche, come quello testimoniato su Monte Cerro, che sopravvivono
più o meno indenni fino all’arrivo dei Romani, nel IV-III secolo a. C.. Il
contatto tra i Vestini, gli storici abitanti delle vallate dell’aquilano, e i
Romani fu inizialmente traumatico: sappiamo dalle fonti storiografiche che i
Vestini furono avversi a Roma nella seconda guerra sannitica (326- 304 a. C.) e
con la capitolazione delle forze sannitiche antiromane anche essi dovettero
arrendersi. Dalla resa in poi inizia il processori romanizzazione, lento e ricco
di conflitti.
Senza conoscere esattamente la data di fondazione della città si
può comunque supporre che essa avvenne in questo periodo. Fu dapprima
Praefectura, dunque governata direttamente da Roma e sottomessa all’ autorità di
un Praefectus iure dicundo, funzionario dell’Urbe che concedeva agli Aediles,
autorità locali, solo funzioni di poca importanza. Forse ottenne la condizione
di Municipium in età imperiale.
In età tardo-antica (dal III sec. d. C.), con la
penetrazione del Cristianesimo, la comunità ecclesiastica di Aveia divenne sede
episcopale; si conosce il nome di uno solo dei suoi vescovi, ovvero Gaudenzio,
che partecipò al Sinodo Romano del 465, sotto papa Ilaro. Ma prima ancora di
questo periodo gli Acta Sanctorum parlano del martirio di S. Massimo Levita e
Martire, che forse fu originario di qui; durante la persecuzione anticristiana
di Decio fu fatto precipitare dalla sommità del Monte Circolo, nella notte del
19 ottobre del 250 d. C.
La formazione di una comunità cristiana così attiva e
la presenza di personaggi così autorevoli nella lotta al paganesimo fanno capire
che Aveia in questo momento è diventata una città importante e perfettamente
calata nelle dinamiche storico-culturali del suo tempo.
Dal VI secolo in poi la
città sparisce completamente dalla storia, cadendo distrutta dall’ invasione
longobarda; la ferocia di questo drammatico evento cancellò letteralmente Aveia
dal suo territorio, e perfino la sede vescovile e le reliquie di S. Massimo
furono trasferite nella vicina cattedrale di Forcona.
Il territorio
Il
territorio di Aveia doveva estendersi tra Fossa, S. Demetrio nei Vestini, S.
Eusanio Forconese, Ocre e Bagno (molti di questi nacquero come centri rurali del
contado aveiate); era così sfruttato il cuore della conca aquilana, zona
acquitrinosa ma, se bonificata dalle efficienti tecniche dell’agronomia romana,
in grado di diventare territorio assai fertile; e proprio l’agricoltura doveva
essere la risorsa principale di Aveia, che non aveva i presupposti strategici
per essere un centro di origine militare come ad esempio Amiternum. D’altronde
gli aspetti che si conoscono della sua vita religiosa non fanno che confermare
tale vocazione.
Il contatto con gli altri centri romanizzati del territorio,
appartenenti ai comprensori dei Sabini e dei Marsi, era garantito dal passaggio
della vicina via Claudia Nova, l’arteria che in seguito al rifacimento voluto
dall’imperatore Claudio nel 47 d. C. divenne la via di comunicazione più
importante in queste vallate pedemontane. Ad essa probabilmente la città fu
collegata tramite un braccio stradale che oggi non è più individuabile. Un’altra
via, partendo da Paganica, attraversava Aveia e raggiungeva la conca superequana
fino a Stabulae, dove si ricongiungeva con la via Claudia Valeria. Da ciò si
comprende che questo fu un centro dall’ottima posizione strategica; la
posizione, assieme ad una ricca economia agricola, hanno sicuramente reso Aveia
una città vitale dal punto di vista commerciale.
IL MITREO

La cultura
orientalizzante che pervase la Roma imperiale ci ha lasciato, a testimonianza
dei culti assurti, una piccola grotta artificiale scavata nella viva roccia e
conosciuta come Splelèo Mitraico.
Essa era infatti dedicata al culto del Sole
Invitto nelle sembianze di Elio Apollo ovvero il persiano Dio Mithra.
La
spelonca si trova proprio nel centro del monte Circolo e fu scavato nel 201 d.C.
come attestato da una lapide rinvenuta nel 1805 a Fossa e oggi conservata presso
il Museo Nazionale d’Abruzzo nel Castello Cinquecentesco dell’Aquila. Il Sole
Invitto rappresentava la versione romana del Dio Mitra che in persiano vuol dire
patto, concordia, inteso tra il Sole la Terra e l’Uomo.
La sua sede era ricavata
in caverne naturali dette mitrei appunto ed esposte sempre nella direzione del
percorso del sole sorgivo quale simbolo della forza-luce rinascente dopo
l’oscurità notturna.
Qualora non esistessero grotte naturali, come nel caso di
Fossa, queste venivano scavate artificialmente nella roccia, perfettamente in
asse con l’equinozio estivo, con tagli grezzi e senza abbellimenti e con
l’incavo sfalzato in modo tale che dall’esterno non fosse in alcun modo visibile
l’interno.
L’idolo, una statuetta o un mosaico nel caso dei più sfarzosi mitrei
della tradizione romana, era conservato quindi internamente e rivolto pertanto
in direzione del solstizio estivo ovvero verso il punto in cui il sole ha la sua
massima forza vitale.