Fossa
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La Necropoli Di Fossa

 

Avviso del 08/08/2016 - Apertura Necropoli di Fossa  

La Necropoli di Fossa è aperta al pubblico nei mesi di agosto e settembre, tutti i fine settimana, nei giorni di sabato e domenica e nel giorno di Ferragosto (mattina ore 10-13, pomeriggio ore 16.30-19).
Sul posto è presente la guida archeologica, Dr.ssa Carla Ciccozzi, contattabile da gruppi di visitatori anche per effettuare visite in giorni diversi da quelli sopra indicati (telefono 349.7820922)
 
Info Comune di Fossa: 0862.751120

Fossa Necropoli

L’antichissima area sepolcrale rinvenuta all’inizio degli anni Novanta nella piana alluvionale antistante il centro abitato odierno (la distanza in linea d’aria è di Km 2), nella zona compresa tra le località Casale e Cave di Pietra, non è solo una delle realtà archeologiche più importanti del territorio aquilano, ma anche un’ evidenza culturale di risonanza nazionale, grazie alle peculiarità delle sepolture in essa contenute e alla ricchezza dei corredi rinvenuti al loro interno: splendide testimonianze di cultura materiale del popolo che visse in passato in queste contrade.
Il ritorno alla luce di questa necropoli è avvenuto in maniera casuale, nell’estate del 1992, durante la rimozione del terreno per la realizzazione di impianti industriali. Così ad una prima fase di indagine da parte della Soprintendenza Archeologica d’Abruzzo per verificare la reale entità della scoperta, seguirono importanti campagne di scavo durante tutti gli anni Novanta ( dal 1995 al 1999), che permisero al Funzionario di zona della Soprintendenza, il Dott. Vincenzo D’Ercole, di riscoprire una delle più monumentali necropoli note fino ad oggi nell’area centro-meridionale d’Italia.

Necropoli

La necropoli di Fossa ebbe una continuità di frequentazione di quasi mille anni, dal IX al I sec. a. C., e sono state rivenute anche tracce di precedenti frequentazioni della zona (media età del Bronzo) nelle vicinanze dell’area cimiteriale. Attraverso la sua lunga storia gli archeologi sono stati in grado di ricostruire le varie fasi di esistenza della comunità che la utilizzò per tutto questo tempo, comunità che si inquadra in maniera lineare e coerente con l’etnia che le fonti storiche in generale ci dicono abitante di questi territori dall’ età protostorica fino alla Romanizzazione e che conosciamo anche grazie ad altri importanti siti funerari presenti a Bazzano, Poggio Picenze o Capestrano; proprio i Romani in età storica chiameranno “Vestini” questi uomini, e ancora oggi il termine riaffiora in più parti della toponomastica locale, a testimonianza della relazione che lega questa regione al suo passato.

Fossa Necropoli

L’area indagata nelle campagne di scavo corrisponde a mq 3500, e al suo interno le tombe scavate sono circa 500; le tombe rinvenute appartengono a diverse tipologie fondamentali: tumuli, fosse semplici, fosse con cassone ligneo, tombe a camera, tombe a incinerazione e sepolture infantili all’interno di coppi laterizi. In molti casi queste tipologie sepolcrali sono peculiari di un determinato periodo di frequentazione, ed è dunque possibile stabilire una relazione tra esse e i tipi di corredo presenti al loro interno, anch’essi differenti a seconda delle fasi d’utilizzo della necropoli.  

PRIMA FASE: L’ETA’ DEL FERRO (IX-VIII secolo a. C.)

I primi due secoli (IX e VIII secolo a. C.) sono caratterizzati dall’ architettura sepolcrale dei tumuli, oltre che da semplici sepolture a “fossa terragna”, cioè fosse lunghe e strette scavate nel terreno.

Fossa Necropoli

I tumuli (si veda fig. 1) sono realizzati con cospicui ammassi di terra e sassi, a volte ricoperti da uno strato di pietrame; hanno un diametro medio compreso tra otto e quindici metri, e sono racchiusi da una “corona” di lastre infisse orizzontalmente nel terreno (definita tecnicamente “crepidine”). Rispetto alla media, spicca la tomba 300 con i suoi diciotto metri di diametro. Nel caso delle sepolture monumentali pertinenti agli uomini, alla crepidine che circondava i tumuli si associava un allineamento di pietre lunghe e strette, veri e propri menhir, infisse anch’esse nel terreno, in numero variabile e di dimensioni differenti, disposte in maniera decrescente dall’interno verso l’esterno. La stele più vicina al tumulo era inclinata verso di esso, appoggiata alle pietre di marginatura.

Fossa Necropoli

Cosa possono rappresentare questi particolari segni che si trovano in corrispondenza delle tombe monumentali? Le ipotesi sono tante e differenti. è ipotizzabile che avessero una funzione astronomica-calendariale, anche se ancora non è possibile dire di più su questa supposizione[1]. L’interpretazione più suggestiva (ma non per questo accettabile senza ulteriori dubbi) le considererebbe come una sintesi allegorica della vita umana, rappresentata nei suoi primi anni dalle lastre più piccole e nella sua maturità da quelle più grandi, fino ad arrivare alla stele reclinata, rivolta verso la deposizione funebre, che potrebbe rappresentare la morte[2]. All’interno del tumulo si trova la fossa lunga e stretta (sempre riservata ad un solo individuo),  dove venivano posizionati il defunto ed il suo apparato di effetti personali; di solito il piano di deposizione era ricoperto da un cumulo di pietrame, che si poneva dunque come primo rivestimento per la sepoltura. é interessante notare come in molti casi il fondo della fossa venisse coperto da un “letto” di pietre, che lastricava tutta la parte riservata alla deposizione.

Fossa Necropoli

I corredi sono in questi primi secoli realizzati con schemi ricorrenti. I vasi sono posizionati ai piedi dell’inumato, in alcuni casi in un “angolino” delimitato da pietre infisse di taglio nel piano di sepoltura, che formava un ripostiglio. Di solito all’interno di questo spazio si trova un vaso di grandi dimensioni, dentro il quale si trova un vasetto più piccolo, una vera e propria tazza-attingitoio (fig. 2). L’associazione di questi due elementi fa pensare a vasellame usato per contenere liquidi, e non è da escludere che potessero essere associati a dei riti religiosi. Assieme ai vasi in ceramica, nelle sepolture più ricche, si trovavano anche vasi in bronzo, differenziati a seconda del sesso dei defunti: nelle tombe maschili erano frequenti i lebeti, bacili utilizzati per la cottura e il consumo della carne, mentre in quelle femminili si trovavano tazzine in lamina sottile, con il manico rialzato. Il prestigio di questo vasellame, sempre più diffuso nelle tombe di VIII secolo, era dovuto alla quasi sicura provenienza esterna, probabilmente etrusca o picena; i bacili e le tazzine sarebbero dunque beni di importazione, destinati solo agli individui più importanti della comunità.

Fossa Necropoli vaso

Altri elementi che distinguevano gli uomini dalle donne erano gli oggetti che si trovavano nelle diverse parti del letto di deposizione: rasoi e armi per gli uomini, gioielli in diversi materiali per le donne. I rasoi sono, nelle sepolture più antiche, di forma rettangolare, e poi assumono la forma semilunata, mentre le armi più frequenti sono spade corte in ferro inguainate in un fodero in lamina di bronzo o in materiale organico (legno oppure cuoio) decorato con parti in bronzo. La ricchezza e la raffinatezza della cultura materiale della comunità che utilizzava questa necropoli è manifesta soprattutto negli oggetti che abbellivano le tombe femminili. Spiccano in modo particolare i gioielli, come ad esempio le collane, realizzate con vaghi in bronzo alternati ad altri in pasta vitrea, oppure le fibule (spilloni utilizzati per fermare le vesti), per lo più in bronzo (fig. 3), ma a volte decorate da inserzioni in osso. Altri importanti oggetti di corredo femminile erano i cinturoni caratterizzati da placche quadrangolari in bronzo e posizionati a mo’ di stola sul corpo delle defunte (fig. 4).  

SECONDA FASE: L’ ETÀ ORIENTALIZZANTE E ARCAICA (VIII-VI SEC. a. C.)  

Durante questo periodo persiste l’uso di realizzare tombe a tumulo, anche se le dimensioni si riducono ad un diametro costante di m 4 e non si usano più le file di menhir allineati su un fianco della crepidine. Assieme ai tumuli si trovano anche le semplici tombe a fossa; in alcuni casi è attestato l’uso di un tronco d’albero usato come sarcofago.
Sono ancora una volta i corredi a definire il periodo in questione e le sue caratteristiche culturali. Nelle tombe maschili continua l’abitudine di deporre le armi: la panoplia (ovvero l’insieme delle armi di proprietà di un guerriero) è solitamente composta da un pugnale corto con manico a quattro antenne in ferro, una coppia di lance (di cui rimangono sempre le cuspidi e i puntali posteriori, detti sauroteres), una mazza ferrata da usare come arma da percussione negli scontri ravvicinati ed un coltello a lama semilunata. La tomba 118  ha restituito una coppia di dischi-corazza da applicare sul torace come una primitiva forma di protezione del busto (sono anche chiamati kardiophylakes, “protettori del cuore” fig. 5), elementi che, in questa fattura, si rinvengono anche nella vicina necropoli vestina di Bazzano e che possono essere assimilati a quelli che indossa sul petto il celeberrimo Guerriero di Capestrano.  In questo contesto sono l’unico esempio di arma da difesa, non si trovano infatti altri esemplari di dischi-corazza o scudi o elmi. Continuano a trovarsi grandi contenitori (olle soprattutto) associati a tazzine-attingitoio, che nelle forme e nell’impasto presentano una leggera evoluzione rispetto alla tradizione della tarda età del Ferro. Assieme alla ceramica locale però si iniziano a trovare vasi di importazione (etrusca soprattutto), vero segno del benessere raggiunto dagli elementi di spicco di questa comunità. In questo senso vanno almeno menzionati gli splendidi vasi in bucchero (la ceramica etrusca di colore nero, ad impasto fine, caratterizzata da eleganti forme e decorazioni, che caratterizza tutto il VII secolo a. C. nell’Italia tirrenica; si veda fig. 6): anfore, brocche, tazze a vasca profonda (skyphoi), calici ad alto e basso piede. Dopo il bucchero, dal versante tirrenico, arriva anche un altro tipo di ceramica, ovvero quella etrusco-corinzia, dal colore piuttosto chiaro, dipinta a fasce e motivi vegetali o zoomorfi, che gli etruschi iniziano a produrre dalla fine del VII - inizi VI secolo su imitazione della grande tradizione che proviene da Corinto, in questo periodo la più importante protagonista dei traffici marittimi tra tutte le città della Grecia (fig. 7). Caratteristiche forme di questa categoria di vasellame sono le kylikes (coppe), i piatti e gli aryballoi (brocchette dal corpo globulare usate soprattutto come contenitori di essenze e profumi), che qui a Fossa troviamo nelle tombe della prima metà del VI sec. a. C. (ad esempio nelle tombe 66, 215, 400 o 429). Continua il costume di deporre i cinturoni con placche in bronzo nelle tombe femminili, assieme a pendagli  di varie forme e dimensioni, bracciali (armillae), anelli digitali.
Con il VI secolo sparisce l’uso di tombe a tumulo e si ha la definitiva affermazione della tomba a fossa semplice. Il fatto che non si trovino più tumuli in età arcaica rientra pienamente nella tendenza di ridurre progressivamente la monumentalità dei sepolcri: a Fossa c’è una costante riduzione della volontà di monumentalizzazione nel corso dei secoli. Tuttavia in età arcaica la differenziazione sociale è maggiormente riscontrabile nel corredo, che può essere arricchito dagli splendidi elementi sopra citati (vasellame e gioielli) così come può presentarsi come estremamente povero.   L’arma che viene introdotta in questo periodo è la spada a lama lunga, con elsa a croce, usata per vibrare fendenti contro l’ avversario (fig. 8).
Una ulteriore novità legata a questa fase della necropoli riguarda le sepolture neonatali: l’area fino ad oggi esplorata della necropoli di Fossa ha restituito un’altissima percentuale di sepolture infantili (circa duecento). Tra queste a maggior parte sono a coppi laterizi: i neonati venivano adagiati in un coppo e coperti con un altro (fig. 9), quindi erano posizionati in piccole fosse. Il corredo in questi casi è quasi sempre assente, oppure consiste in un singolo elemento (come nel caso della tomba 476, che ha una fibula ai piedi del bimbo inumato). La prassi di seppellire i neonati nei coppi perdurerà per tutte le fasi di frequentazione della necropoli.  

TERZA FASE: L’ETà ELLENISTICA (iv - ii SEC. a. c.)

La frequentazione della necropoli, in questo periodo, permette di comprendere alcuni importanti aspetti sociali della comunità vestina che viveva a Fossa; infatti la diversità delle tipologie sepolcrali è sempre più percepibile, tanto da far pensare a profonde stratificazioni sociali.

Fossa Necropoli

Di questa fase sono le tombe a camera, le tombe a cassone litico (costruite con lastre di pietra come pareti), le tombe a cassone ligneo (che individuiamo grazie alla presenza di elementi in ferro agli angoli della fossa, fasce angolari di metallo che servivano a rinforzare la cassa in legno, oggi completamente scomparsa), le tombe a segnacolo monumentale, le tombe a fossa semplice e le sepolture neonatali nei coppi. Spiccano in modo particolare le tombe a camera (fig. 10), ipogee, a pianta quadrangolare, alle quali si accedeva mediante un dromos (corridoio). Esse erano dei sepolcri di famiglia, poiché vi troviamo più di un defunto; erano dunque aperte ogni volta che dovevano ospitare un nuovo individuo.

Fossa Necropoli

Assieme alle tipologie sepolcrali anche i corredi ci dicono qualcosa di importante: si diffonde in questo periodo un tipo di ceramica che si può definire a produzione “industriale”, ovvero la ceramica a vernice nera, ampiamente attestata nel resto d’ Italia oltre che in altri siti del Mediterraneo, segno del fatto che anche qui si inizia a preferire questa produzione a quella locale. Anche se i corredi in questo periodo tendono a semplificarsi (spariscono ad esempio le armi nelle tombe maschili), in alcune tombe a camera sono state rinvenuti oggetti di splendida fattura, testimonianza della raffinatezza raggiunta in questo periodo dalla cultura vestina. Stiamo parlando prima di tutto dei letti funebri con decorazioni in placche d’osso (fig. 11), importantissime testimonianze archeologiche, utili per comprendere il senso artistico e il linguaggio figurativo delle popolazioni abruzzesi durante l’età ellenistica.

Fossa Necropoli

Assieme ai letti, infine, vanno menzionati pendagli in pasta vitrea di provenienza punica (trovati anche a Bazzano, fig. 12), le pedine e i dadi da gioco, oggetti d’uso quotidiano di un popolo ormai raffinato e sempre più aperto alla comunicazione con altre culture del Mediterraneo.

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Con l’ultimo secolo (il I a. C.) si diffonde l’uso dell’incinerazione accanto a quello dell’inumazione; le ceneri del defunto vengono deposte all’interno di un’olla coperta da una pietra piatta o – più raramente – da un coperchio in ceramica. Con questa fase sparisce anche la consuetudine di deporre oggetti di corredo. E’ questo il momento in cui si percepisce ormai la definitiva assimilazione al contemporaneo costume funerario romano. La necropoli di Fossa è la testimonianza più eloquente della storia antica di queste contrade, delle vicissitudini e delle peculiarità culturali di un popolo di montagna che seppe aprirsi al confronto con altre etnie dell’Italia preromana.         

Lorenzo Di Domenicantonio

[1] E’ la tesi che il dott. d’Ercole, seppur con le dovute cautele, sembra prediligere nelle varie pubblicazioni sull’argomento (si veda ad esempio d’Ercole 1998).
[2] Della seguente tesi si parla ad esempio in Cosentino –Mieli METTERE ANNO DI PUBBLICAZ.

Ricostruzione dei tumuli dell’ età del Ferro

Fig. 1 – Ricostruzione dei tumuli dell’ età del Ferro

olla e tazzina-attingitoio

Fig. 2 – olla e tazzina-attingitoio

fibulefibule

Fig. 3 – fibule

cinturone con placche in bronzo

Fig. 4 – cinturone con placche in bronzo

dischi-corazza

Fig. 5 – dischi-corazza

vasi in bucchero

Fig. 6 – vasi in bucchero

oinochoe (brocca) etrusco-corinzia

Fig. 7 – oinochoe (brocca) etrusco-corinzia

disegno ricostruttivo di spada e lancia

Fig. 8 – disegno ricostruttivo di spada e lancia

pendaglio con testina in pasta vitrea

Fig. 12 – pendaglio con testina in pasta vitrea

AVEIA NEI VESTINI  

Cenni storici e considerazioni.  

Non è facile scrivere di Aveia, antica colonia romana situata nella piana aquilana, nelle terre antistanti il Monte Circolo e l’odierno abitato di Fossa; non è facile perché oggi non resta che qualche sporadica testimonianza della sua presenza nel territorio e perché non è mai stata cercata e riportata alla luce in maniera sistematica come è successo per altre importanti città romane dell’entroterra abruzzese, come Alba Fucens o Peltuinum ad esempio.
Chi si inoltra nell’impresa di cercare la sua presenza nella storia antica di questi luoghi non ne individuerà le strade principali, i quartieri abitativi, le botteghe artigianali, il foro o i templi, ma, se mosso da instancabile sete di conoscenza, riuscirà comunque a scoprirne suggestive tracce nascoste nel fitto dei boschi o al riparo di grotte scavate sul fianco della montagna che doveva sovrastarla, il già citato Monte Circolo. Se avrà poi la pazienza di consultare qualche scritto di emeriti studiosi di storia locale, scoprirà che L’Aveia (così come è affettuosamente chiamata dai suoi “discendenti”) è presente in fonti antiche e altomedievali, in epigrafi come nelle agiografie che esaltarono le virtù di S. Massimo, il martire che qui perse la vita nel suo estremo atto di fede.

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Aveia nei Vestini riemerge dall’anonimato e trova una sua esatta collocazione topografica grazie all’ impeccabile lavoro filologico e storico-epigrafico dell’Abate Vito Maria Giovenazzi, insigne antichista tout court (fu filologo, archeologo, studioso di epigrafia romana, in definitiva eccellente umanista); la sua opera, Della città di Aveia ne’ Vestini ed altri luoghi di antica memoria, edito nel 1773, è il primo e più importante studio sulla esatta collocazione dell’antica città e ancora oggi un insostituibile strumento per chiunque voglia approfondirne la conoscenza. E’ forse inopportuno dilungarsi su tutti i passaggi del ragionamento che portò l’Abate alle sue deduzioni, ma è comunque fondamentale citarne alcune intuizioni, proprio per avere delle certezze sull’esistenza di Aveia, sulla sua posizione topografica e su alcuni aspetti della sua vita civile.
Tutto partì dal ritrovamento di due iscrizioni epigrafiche dedicate a Sallio Proculo (oggi riportate nel Corpus Inscriptionum Latinarum, Vol. IX, nn. 4206, 4207) definito come Patronus Aveiatium Vestinorum, che portarono il Giovenazzi a cercare le testimonianze archeologiche del popolo citato nelle iscrizioni; attraverso il confronto con strumenti storiografici e topografici antichi come la Tabula Peutingeriana e il Chronicon Vulturnense, oltre che individuando ruderi architettonici indiscutibilmente “romani”, parve inopinabile il fatto che il luogo in cui fu fondata l’antica Aveia nei Vestini si trovasse proprio in prossimità dell’odierno abitato di Fossa.   
Certo è che la città non sorse in un territorio precedentemente disabitato; l’arrivo di Roma  non è altro che la trasformazione del modo di occupare e sfruttare lo spazio, bonificando il territorio attraverso le centuriazioni, creando un unico grande agglomerato coloniale che fosse il centro amministrativo del comprensorio, e cospargendo l’ager circostante di piccoli villaggi denominati vici e pagi.

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Le scoperte archeologiche avvenute negli ultimi decenni testimoniano, attraverso la presenza di una vera e propria “costellazione” di aree cimiteriali protostoriche in tutta la conca aquilana e anche più a sud (da Bazzano a Fossa, da Poggio Picenze a Capestrano), che queste contrade erano densamente abitate già nell’età del Bronzo finale e nell’età del Ferro, quindi dal secondo millennio a. C.. Mancano purtroppo informazioni più approfondite sulle modalità di stanziamento delle genti che vissero qui nella fase protostorica. Nel caso del territorio in cui nascerà Aveia, si possono immaginare dei piccoli nuclei abitativi posizionati su alture strategiche, come quello testimoniato su Monte Cerro, che sopravvivono più o meno indenni fino all’arrivo dei Romani, nel IV-III secolo a. C.. Il contatto tra i Vestini, gli storici abitanti delle vallate dell’aquilano, e i Romani fu inizialmente traumatico: sappiamo dalle fonti storiografiche che i Vestini furono avversi a Roma nella seconda guerra sannitica (326- 304 a. C.) e con la capitolazione delle forze sannitiche antiromane anche essi dovettero arrendersi. Dalla resa in poi inizia il processori romanizzazione, lento e ricco di conflitti.
Senza conoscere esattamente la data di fondazione della città si può comunque supporre che essa avvenne in questo periodo. Fu dapprima Praefectura, dunque governata direttamente da Roma e sottomessa all’ autorità di un Praefectus iure dicundo, funzionario dell’Urbe che concedeva agli Aediles, autorità locali, solo funzioni di poca importanza. Forse ottenne la condizione di Municipium in età imperiale.
In età tardo-antica (dal III sec. d. C.), con la penetrazione del Cristianesimo, la comunità ecclesiastica di Aveia divenne sede episcopale; si conosce il nome di uno solo dei suoi vescovi, ovvero Gaudenzio, che partecipò al Sinodo Romano del 465, sotto papa Ilaro. Ma prima ancora di questo periodo gli Acta Sanctorum parlano del martirio di S. Massimo Levita e Martire, che forse fu originario di qui; durante la persecuzione anticristiana di Decio fu fatto precipitare dalla sommità del Monte Circolo, nella notte del 19 ottobre del 250 d. C.
La formazione di una comunità cristiana così attiva e la presenza di personaggi così autorevoli nella lotta al paganesimo fanno capire che Aveia in questo momento è diventata una città importante e perfettamente calata nelle dinamiche storico-culturali del suo tempo.
Dal VI secolo in poi la città sparisce completamente dalla storia, cadendo distrutta dall’ invasione longobarda; la ferocia di questo drammatico evento cancellò letteralmente Aveia dal suo territorio, e perfino la sede vescovile e le reliquie di S. Massimo furono trasferite nella vicina cattedrale di Forcona.  

Il territorio

Il territorio di Aveia doveva estendersi tra Fossa, S. Demetrio nei Vestini, S. Eusanio Forconese, Ocre e Bagno (molti di questi nacquero come centri rurali del contado aveiate); era così sfruttato il cuore della conca aquilana, zona acquitrinosa ma, se bonificata dalle efficienti tecniche dell’agronomia romana, in grado di diventare territorio assai fertile; e proprio l’agricoltura doveva essere la risorsa principale di Aveia, che non aveva i presupposti strategici per essere un centro di origine militare come ad esempio Amiternum. D’altronde gli aspetti che si conoscono della sua vita religiosa non fanno che confermare tale vocazione.
Il contatto con gli altri centri romanizzati del territorio, appartenenti ai comprensori dei Sabini e dei Marsi, era garantito dal passaggio della vicina via Claudia Nova, l’arteria che in seguito al rifacimento voluto dall’imperatore Claudio nel 47 d. C. divenne la via di comunicazione più importante in queste vallate pedemontane. Ad essa probabilmente la città fu collegata tramite un braccio stradale che oggi non è più individuabile. Un’altra via, partendo da Paganica, attraversava Aveia e raggiungeva la conca superequana fino a Stabulae, dove si ricongiungeva con la via Claudia Valeria. Da ciò si comprende che questo fu un centro dall’ottima posizione strategica; la posizione, assieme ad una ricca economia agricola, hanno sicuramente reso Aveia una città vitale dal punto di vista commerciale.    

IL MITREO

IL MITREO

La cultura orientalizzante che pervase la Roma imperiale ci ha lasciato, a testimonianza dei culti assurti, una piccola grotta artificiale scavata nella viva roccia e conosciuta come Splelèo Mitraico.
Essa era infatti dedicata al culto del Sole Invitto nelle sembianze di Elio Apollo ovvero il persiano Dio Mithra.
La spelonca si trova proprio nel centro del monte Circolo e fu scavato nel 201 d.C. come attestato da una lapide rinvenuta nel 1805 a Fossa e oggi conservata presso il Museo Nazionale d’Abruzzo nel Castello Cinquecentesco dell’Aquila. Il Sole Invitto rappresentava la versione romana del Dio Mitra che in persiano vuol dire patto, concordia, inteso tra il Sole la Terra e l’Uomo.
La sua sede era ricavata in caverne naturali dette mitrei appunto ed esposte sempre nella direzione del percorso del sole sorgivo quale simbolo della forza-luce rinascente dopo l’oscurità notturna.
Qualora non esistessero grotte naturali, come nel caso di Fossa, queste venivano scavate artificialmente nella roccia, perfettamente in asse con l’equinozio estivo, con tagli grezzi e senza abbellimenti e con l’incavo sfalzato in modo tale che dall’esterno non fosse in alcun modo visibile l’interno.
L’idolo, una statuetta o un mosaico nel caso dei più sfarzosi mitrei della tradizione romana, era conservato quindi internamente e rivolto pertanto in direzione del solstizio estivo ovvero verso il punto in cui il sole ha la sua massima forza vitale.


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