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Il Borgo
La storia
Il primo documento in cui viene citato il nuovo nucleo abitativo di Fossa è una
bolla papale del 1204 che testimonia l’appartenenza del paese alla Diocesi
Forconese. Un altro documento del 1269 testimonia che il comune sottoscrisse la
partecipazione alla fondazione della nascente città dell’Aquila, sebbene gli
stessi fossolani, probabilmente non solo per puro campanilismo, non si
trasferirono ne edificarono mai nel luogo loro destinato all’interno della
Civitas Nova. Ancor oggi questo spazio risulta vuoto e conosciuto come Campo di
Fossa. In epoca feudale ed oltre il paese passò di proprietà tra duchi e baroni
come attestato ancora in altri documenti fino al 1663.
SANTA MARIA ASSUNTA
Ancora a conferma del forte culto della Vergine la Chiesa madre del paese è
dedicata all’ Assunta. Originariamente l’ edificio venne edificato nella seconda
metà del 1200 ed ampliato in una fase successiva durante il XV sec.
In seguito al terremoto del 1703 che devastò quasi tutti gli edifici aquilani la
chiesa venne riedificata, ampliata in altezza e lunghezza e rivisitata secondo
il gusto dell’epoca: cosi si presenta ai nostri occhi molto ingombrante per le
esagerate dimensioni in profondità e con l’ampia facciata schiacciata
dall’edificio ottocentesco che venne fabbricato di fronte ad essa. Dalle pietre
delle mura esterne è facile dedurre le fattezze originali dell’edificio.
L’interno si presenta ad una sola navata terminante nell’ abside cui venne
accorpato il coro nei primi anni del 1900 per ricavarne lo spazio necessario ad
un organo polifonico.
La chiesa è ornata da un ricchissimo soffitto ligneo completamente decorato e
arricchito da parti in foglia d’argento meccata. Dalle stesse parti decorate,
rielaboranti grottesche ed il tipico fiorone aquilano in rilievo a delimitare le
parti interne decorate, si deduce che il soffitto venne realizzato nella fase
quattrocentesca e di seguito riadattato alle nuove dimensioni del soffitto
settecentesco. Fu anche allora che in esso vennero inserite internamente due
pregiatissime tele dipinte.
La prima è un’ Assunzione della Vergine di autore ignoto ma di elegante fattura
sia per a composizione che per la scelta cromatica di soffuso chiarore.
La seconda è un’ Immacolata, tra angeli e Santi con il Beato Bernardino da
Fossa, dipinta dal Ciferri, eletto artista aquilano del suo tempo. Ancora
settecentesco l’organo addossato alla controfacciata completamente decorato in
foglia gioiello musicale e di incredibile eleganza stilistica.
Gli altari che si affacciano lateralmente alle pareti laterali, differenti tra
loro per epoca di realizzazione e caratteri stilistici, contengono nell’interno
affreschi, statue, pale dipinte. Tra tutte le opere spicca di certo una pala
d’altare raffigurante una Crocifissione.
Sebbene ignoto l’autore rimanda chiaramente alla lezione del settecento
napoletano. L’assoluta perfezione del metodo compositivo, l’esaltazione delle
cangianti scelte cromatiche dei tessuti e dell’incarnato del Cristo, d’ossimoro
alla piatta oscurità dei fondi, fanno risultare di certo l’opera attribuibile
alla mano di un grande maestro.
Le frazioni
Esattamente la definizione di
frazione può sembrare esagerata vista la piccola entità sia di abitanti che di
superficie eppure lungo le traiettorie principali che portavano verso la piana
ovvero verso i campi coltivati nacquero dei piccoli centri limitrofi già a
partire dal tardo duecento. Originariamente dovevano avere funzione di aie, di
casolari, luoghi strettamente connessi al lavoro ed alla vita contadina tanto
che a tutt’oggi quelli della pianura si differenziano in questa stretta
interrelazione con il lavoro offerto dai campi dagli abitanti del borgo
superiore. Le frazioni sono tre: Le Chiuse, L’Osteria, Cerro.
La prima in dialetto detta Pej la Madonna (ai piedi della Madonna), deve la sua
definizione alla vicinanza ed immediata realizzazione al di sotto della chiesa
di Santa Maria ad Cryptas. Il nucleo della frazione si va a collocare
esattamente intorno ad un aia che seppure non più in uso rimanda ancor oggi a
riti e tradizioni contadine.
La ricchezza di chi la possedeva è ancor oggi
testimoniata dal bellissimo loggiato rinascimentale del casolare dei suoi
possidenti, oggi purtroppo unico superstite dell’edificio originale.
L’Osteria (‘l Stàrìe) deve la sua denominazione ad una osteria, usata in tempi
antichi anche come luogo di cambio e riposo dei cavalli, ed in uso fino a
qualche decennio fa come punto di ristoro per tutti coloro che scendevano a
lavorare i campi o di qui necessariamente transitavano sulla via dell’ Aquila.
Nonostante l’ambiente agreste a testimonianza della ricchezza passata il luogo
era arricchito da pregevoli edifici quattrocenteschi oggi purtroppo andati
perduti.
Un cascinale ottocentesco lungo il fiume Aterno, contiene nel suo
interno un vecchio mulino ad acqua risalente al XIII sec. e con tutte le parti
originali ancora integre. Oggi il mulino non è più in uso ma continua a
testimoniare la storia e le caratteristiche di una popolazione di carattere
prevalentemente agricolo.
Gioiello dell’architettura ottocentesca è invece Villa Bonanni. Forte fu
l’amicizia tra il barone Don Ciccio Bonanni e l’artista abruzzese Teofilo Patini
che, insieme a quelli della sua cerchia (Cascella, Patrignani, Michetti) in lui
trovò un mecenate della sua arte.
Uno tra i più bei dipinti del realista
pittore sangritano “Vanga e Latte” venne infatti realizzato nel 1880 nella
campagna di Fossa, detta Marinàr’, con mezzadri fossolani veri interpreti del
dolore e della sofferenza causati dall’estremo stato di bisogno e povertà.
Infine Cerro (‘Ngérr’) si connota nel piccolo nucleo appena sottostante il monte
cosi detto Monte Cerro, di chiara etimologia spagnola, grazie a diversi e
notevoli elementi di architettura perfino idraulica. Infatti il ponte romanico
(sec. XIII) con la sua possente levatura si distingue come raro esempio della
zona.
La modesta chiesetta di San Clemente, protettore del paese, è una piccola chiesa
di campagna distrutta quasi completamente nel suo interno a causa dei terremoti
e successivamente degli attacchi atmosferici.
Ancor oggi si leggono tracce di affreschi nell’abside mentre la semplice
facciata a capanna è arricchita dall’antico stemma in pietra scolpita del borgo
a sottolineare quasi il tacito patto di relazione tra la campagna e il suo
castello.
Di notevole fattura il casolare sovrastante l’aia denota l’elegante connotazione
stilistica dei seppur umili edifici contadini.
In un’area molto ristretta si rincorrono infatti secoli di archeologia, arte,
architettura, miti e leggende, illustri e santi personaggi che hanno
caratterizzato la storia e la cultura di un cosi piccolo centro urbano.

Il borgo iniziò quindi ad espandersi al di fuori dello stesso dalla fine del
XIII sec. lungo la dorsale della stessa dolina carsica. La prima fase di
espansione si esplica con un insediamento di tipo concentrico intorno al recinto
fortificato, ed alle stesse curve di livello del declivio, e con funzione di
sedimentazione, mentre la seconda fase, con emergenze quattro-cinquecentesche ha
carattere di accorpamento. L’urbanistica della parte alta si adagia sulla
topografia del luogo assumendo pertanto le caratteristiche dei borghi alto
medievali con stradine strette ed avvolgenti gli edifici, percorsi tortuosi ed
in forte pendenza, terrazzamenti rocciosi, muri in pietra. Nella seconda fase il
nucleo centrale trova il suo fulcro nella strada principale del paese, che si
andò a collocare e sovrapporre esattamente al di sopra del declivio del monte.
Lungo di essa si affacciano molti nuclei abitativi e su di essa convergono tutte
le stradine secondarie.
Questa seconda fase denota pertanto un carattere più
lineare dell’impianto urbanistico in aperto contrasto con la fase iniziale. In
questa seconda fase di sviluppo troviamo tra i massimi esempi di architettura
civile medievale: la trecentesca Casa Torre dei Campione con la classica
dislocazione a piani ovvero in cui il piano terra era adibito a locale di
artigianato e commercio, il primo piano ad abitazione ed infine l’ultimo aveva
funzione di difesa.
La quattrocentesca Casa Masci si presenta in uno degli
scorci più suggestivi del borgo: sobria ed elegante nel pieno rispetto dei
canoni dell’architettura rinascimentale. Di pregiata realizzazione artistica
sono i portali in pietra di numerosi palazzi cinquecenteschi adornati dal tipico
stemma francescano raffigurante il simbolo di San Bernardino da Siena ovvero il
sole recante all’interno il monogramma IHS : JESUS HOMINUM SALVATOR. Diversi
palazzi nobiliari (Bonanni, Lazzaro) proseguono dalla fine del cinquecento al
tardo ottocento comprovando con la loro presenza la persistente ricchezza
economica del piccolo borgo.
GLI ARCHI
Vera caratteristica del paese nella
sua seconda parte di allargamento sono gli archi. La necessità di costruire in
spazi ristretti indusse infatti a voltare molte strade per ottenerne un utile
passaggio.

Gli archi pervenivano a più necessità: sopra vi si abitava, al di
sotto si transitava, si lavorava, si chiacchierava, vi si trovava riparo dalle
intemperie improvvise, ci si rinfrescava dalle calure estive. Spesso fungevano
da antistalla per gli animali.

Oggi gli archi denotano in tutto e per tutto l’
eccentricità del paese rimettendo velocemente da una stradina all’altra,
passando dall’oscurità alla luce improvvisa del giorno, e, contrariamente, dal
loro illuminato tepore al buio della notte.
Il castello fortificato
Fossa deve
la sua denominazione alla dolina carsica su cui il paese è stato fondato. Non
abbiamo notizie sul nuovo nucleo abitativo che andò a sostituire l’antica
prefettura romana dell’ Aveja. Quasi certamente fu un processo d’insediamento
causato dalle alluvioni che procurarono l’impaludamento delle campagne
sottostanti.

Alle stesse si andarono ad aggiungere le invasioni barbariche che
definirono, come avvenne per i molti borghi altomedievali, l’arroccamento del
borgo sul monte per esigenze difensive e di dominio. Fu la stessa Aveja a
fornire molto del materiale per le nuove costruzioni come si evince dagli
elementi di spoglia presenti su molti edifici. L’insediamento originale è stato
fatto risalire agli inizi del XII secolo ed era essenzialmente costituito dal
recinto fortificato, con il mastio sulla sommità e dalle sue unità abitative. Il
castello elevato superiormente di alcuni metri rispetto all’abitato assumeva
originariamente una forma trapezioidale. Le mura perimetrali erano alte tra gli
8 e 10 metri e spesse oltre un metro. Non avevano finestre esterne e
nell’estremità del torrione erano tirate a rocca, con mura merlate e passo
interno di ronda. Due torri a pianta quadrangolare si trovavano negli angoli
bassi del trapezio, le stesse oltre a di avere una funzione di avvistamento
erano utilizzate anche come nuclei abitativi. Lo stesso torrione circolare
assumeva funzioni difensive con un altezza di ben 17 metri e con oltre 8 metri
di diametro. Il torrione non aveva porte ad esso si accedeva attraverso una
scala a pioli ritirabile internamente, e poi riutilizzata per ogni piano per una
maggior sicurezza difensiva, mentre con un ponte levatoio poneva in
comunicazione con il passo di ronda murario. Infine due piccole torri vedetta si
ergevano a nord e al di fuori delle mura stesse. L’ingresso principale si andava
ad aprire sulla cortina di nord-est. Oggi fa bella mostra di sé con le possenti
colonne e l’arco ogivale, ma originariamente doveva essere fornito anche di una
porta frontale in legno che si poteva chiudere dall’interno con un portone
girevole su cardini di pietra.

L’antico stemma del borgo fortificato di Fossa
raffigurava una torre, con mura, porta chiusa e pennoni alle sommità,
sovrastante una mezza luna la quale stava a significare: castello di notte.
Infatti è esattamente il torrione a definire la fisionomia del piccolo borgo,
che ancor oggi viene da esso sovrastato al di sopra della mezza costa
pedemontana, e certamente personalizzato da esso, in una ancora sentita
richiesta di autonomia non solo dai più grandi ed importanti castelli del
territorio limitrofo ma anche dalla vicina città dell’Aquila. L’ efficienza del
castello dovette durare fino a tutto il XVI sec. : il tracollo venne di certo
definito oltre che dall’invenzione delle armi da fuoco anche dallo sviluppo dei
traffici e dei mercati che ruppero definitivamente quella che fu la chiusa
economia alto medievale. Le scritte fasciste Come molti altri paesi
dell’entroterra aquilano le mura di Fossa vennero coperte da motti fascisti che
ancor oggi in maniera più o meno lacunosa sono lasciati quantomeno a monito
degli scempi passati.