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Leggende e tradizioni fossolane
Scommerse, streghe, fatture e malocchi.
Le tradizioni inerenti il mondo magico nel nostro paese sono tante. Basta
addentrarsi nei vicoli, fermarsi a prendere un caffè e scambiare due chiacchiere
che subito le storie appartenenti ad un passato solo apparentemente remoto
vengono a galla, componendo un quadro affascinante e divertente sulle credenze
del passato.
Figure assolutamente dominanti nel panorama delle credenze popolari di Fossa
erano le scommerse, personaggi mitici, donnone alte e magre, scure, vestite di
nero, dalle quali ci si doveva difendere. Sembra che il posto più sicuro dove
nascondersi fossero gli archi, di cui il paese è abbondantemente fornito.
Essendo esageratemente alte, le megere non potevano entrarci, e ciò faceva di
quei luoghi il posto più sicuro dove ripararsi. Una bella cresta d’aglio era il
modo più sicuro per non farle neanche avvicinare.
Altro dalle scommerse erano le steghe. Queste erano personaggi reali,
individuabili, a volte addirittura note. Era su di loro che venivano riversate
le responsabilità di uno dei mali che nel passato affliggeva i nostri paesi: il
deperimento e la mortalità infantile. Le streghe sucavano il sangue dei neonati.
Se un bimbo appariva deperito, denutrito la colpa era delle streghe; se ne
addirittura individuavano le prove in piccoli ematomi, prova inconfutabile che
tali figure erano riuscite ad entrare nella casa e stavano succhiando il sangue
al bambino. Sembra che entrassero dalle scrette (fessure) delle porte o
attraverso i vataroli, le aperture poste sul lato basso estremo delle porte da
dove entravano e uscivano i gatti, avvolte di questi potevano anche assumerne le
sembianze. Sembra proprio a causa delle streghe che ad un certo punto a Fossa i
vataroli vennero chiusi:
“perché prima li tenevamo tutti aperti”
“aperti? E il freddo?”
“le fridd’ figlia me? I addu steva le caglie? Ficiavam’ u foc’ che la paglia i
la cama..”
Sistema accertato per tenerle lontane era apporre dietro le porte delle
abitazioni piccole croci di legno, meglio se fatte con il legno proveniente
dalle casse del vecchio cimitero di S. Spirito, in alcune case del paese la
piccola croce dietro la porta si trova ancora. Altro sistema poteva essere
appuntare sugli abitini del bambino o sulle culle santini, piccole croci,
piccoli cuoricini che avevano il potere di proteggere le creature. Altrettanto
funzionale era appendere dietro la porta d’ingresso una bella scopa di saggina,
si diceva che le streghe rimanessero bloccate dalla conta dei fuscelli. Anche il
sacco di grano poteva fermarle, sempre per la loro “mania” di contarne i
chicchi.
Sembra poi ci fosse un sistema infallibile per individuare se una donna fosse
strega o meno: mettergli del sale sopra la testa. Se era strega non avrebbe
resistito all’istinto irrefrenabile di… fare la pipì!
Si racconta che negli anni quaranta un’improvvisa epidemia colpì molti bambini
del paese, apparivano tutti deperiti, emaciati, migliorarono la loro condizione
di salute solo dopo che una spedizione a S. Spirito fornì le case in questione
di piccole croci.
Nella realtà si imputava alla stregoneria ciò che non era facile da spiegare né
facile da accettare. Abbiamo vaste pubblicazioni in materia: le streghe erano,
in genere, le donne “diverse”. Vedove sole o donne non sposate, oppure
personaggi originali intorno ai quali, imputandogli particolari poteri, si
creava inevitabilmente isolamento; le streghe erano donne non inscrivibili in un
registro di relativa normalità.
Qualche nome qualcuno ancora oggi lo tira fuori.
“Ce ne stava una verso Capo la Chiesa… e se non gli davi qualcosa o gli facevi
uno sgarro quella diventava strega.”… “la madre di… strani strani sia la mamma
che il figlio.”
Anche le stalle erano fornite di croci, in un paese di contadini la stalla era
un luogo molto frequentato, il passaggio delle streghe era accertato dalle
trecce che potevano ritrovarsi sulla criniera dei cavalli.
Sempre in relazione al mondo magico c’erano poi le fatture e i malocchi. Non è
detto che fossero streghe le persone che potevano lanciare tali malefici. Le
fatture in particolare erano caratterizzate dalla volontarietà del gesto e dalla
potenza del maleficio. C’erano persone che per una serie di motivazioni sapevano
fare la fattura. Ci si doveva recare da loro e chiedere di farne una, per un
qualche torto subito o per una pena d’amore da vendicare. La/il malcapitato
allora si “sentiva male tutti i giorni…e se non se ne accorgeva e gliela
sconciavano poteva anche morire”.
Sembra che ci fossero anche fatture meno cattive … legate a vincoli d’amore da
creare o da rinsaldare.
Altro era il malocchio, influenza negativa a volte anche involontaria causata
dall’invidia o dalla gelosia. Un semplice complimento o uno sguardo di
ammirazione proveniente da persona poco fidata poteva trasformarsi in un bel
malocchio. Il sintomo era un costante mal di testa. Anche a Fossa, come in molte
altre parte del sud Italia, il malocchio era più semplice e da fare e da
“sconciare” rispetto alla fattura.. Erano in molte le donne, ma anche gli
uomini, che nella notte di Natale avevano ricevuto da qualche vecchia zia o
nonna la formula per liberare da tale maleficio. Il rito di scioglimento ruotava
intorno ad un piatto con dell’acqua dove veniva lasciato cadere dell’olio a
gocce. A seconda il comportamento della goccia ci si trovava in presenza o meno
di tale influenza negativa: se le gocce si allargavano la persona aveva il
malocchio. Il rito di scioglimento consisteva nel ripetere l’operazione fino a
che gli occhi formati dalla goccia d’olio si facevano più piccoli. La formula
segreta, pronunciata mentre si segnava il malcapitato, dava la possibilità di
esserne liberati. Qualche vecchia signora mi ha parlato anche di pezzi di pane
usati nel rituale, “ Ma solo ‘na vota ‘na vota”.
La leggenda del monte Cerro
Visto da varie altitudini, e dal Gran Sasso e da Monte Ocre, nonostante le sue
modeste dimensioni, il Monte Cerro è sempre individuabile dato che si erge su
una bella piana alluvionale ai piedi del paese. Sarà per la sua forma
arrotondata, così dissimile dalle aspre montagne circostanti, Cerro ha dato vita
ad una bella leggenda sulla sua formazione.

Si racconta che fosse un immenso mucchio di grano di proprietà di un ricco
signore del passato. L’annata quell’anno era stata particolarmente buona e il
riccone si beava davanti alla vista del suo monte di grano. Al fortunato
possidente si presentò un mendicante vestito miseramente a chiedere un po’ di
carità, ma il signore, attaccato avidamente alle sue ricchezze, si rifiutò. Il
mendicante non era altro che Gesù sotto mentite spoglie, il quale per punire
l’egoismo del ricco trasformò il grano in sassi e se si va sulla cima:
“…Sopra ci sta ancora u mezzitt’ retrattate!"
Nota: U mezzitt’ era un contenitore cilindrico in legno, di grandezza
standard, utilizzato come unità di misura per il grano. I proprietari terrieri
chiedevano ai nostri contadini il pagamento degli affitti in natura, e secondo
l’accordo u mezzitt’ poteva essere colmo o raso. Se era raso, sopra al
contenitore veniva passato un matterello, se era colmo il recipiente doveva
essere riempito al massimo della sua capacità di contenimento. Le altre unità
erano:
steppigli all’incirca due chili
coppetta 6 steppigli,
mezzitt 2 coppette,
tummolo 2 mezzitt.
Il ballo della Pupa
Fino a qualche decina di anni fa si ripeteva un rituale molto in uso nelle feste
tradizionali abruzzesi: il ballo della pupa.
Si tratta di un ballo in cui un uomo nascosto al di sotto di un fantoccio si
lascia roteare dopo che esternamente sono stati accesi dei piccoli fuochi
pirotecnici: da quel momento il rituale assume sempre più un forte
coinvolgimento tanto da parte del figurante quanto da chi assiste alla festosa
seppur drammatica scena. Il tutto si evolve infatti con la sempre più crescente
accensione dei fuochi sul fantoccio (la pupa appunto) fino a quando l’uomo non
viene fuori dagli ormai ardenti resti.
Si tratta di un rito molto arcaico in cui lo spirito maligno doveva essere
distrutto dal fuoco dopo lo svolgimento di una manifestazione dell’effimera e
superficiale vanità umana , ovvero il ballo, con la sconfitta dello stesso da
parte dello spirito del bene incarnato dal nuovo uomo vivo.
Da sempre a Fossa c’è stato un forte legame con questo rituale forse anche per
la stretta interrelazione con una tradizione altrettanto arcaica e persa ormai
da secoli ovvero il piccolo fuoco che si teneva acceso in maniera propiziatoria
all’interno dello speleo mitraico. I più noti fuochi di San Giovanni sono oggi
purtroppo una minima appendice che illumina le prime notti estive di un ormai
perduto e nostalgico mondo contadino.
La ciciuetta
L’antico Mitreo perse nel corso del tempo il suo significato prevalentemente
sacrale e si andò ad insinuare nella testa della gente che quelle due piccole
fenditure in alto sulla montagna altro non fossero che gli occhi di una civetta.
Che osservavano tutto ciò che accadeva nel paese.